DOVE MI PORTA LA VITA - RECENSIONE
Titolo: Dove mi
porta la vita
Autore: Alice
Casa Editrice: Self
Publishing
Stelle: 5/5
Lasciata
sull’altare, intrappolata in un contesto familiare fatto di assenze, rimpianti
e silenzi mai ricuciti, Geneviève decide di accettare un incarico professionale
in Corea del Nord. Le sembra l’unico modo elegante per fuggire da Londra.
Pyongyang non è solo una destinazione estrema ma è anche la terra delle sue
origini, mai davvero conosciute. Affidata a Seo-Joon, una guida nordcoreana,
Geneviève si scontra con una realtà fatta di regole rigide e isolamento.
L’ansia prende il sopravvento e Seo-Joon diventa l’unico appiglio in un mondo
che non concede libertà.
Per questo lo
segue nella lontana contea di Kyongsong, in un villaggio affacciato sul Mare
dell’est. Qui, tra pescatori, donne che essiccano calamari all’alba e legami
che nascono silenziosi, Geneviève scopre un senso di appartenenza che non aveva
mai conosciuto. E, mentre il passato riaffiora in modo inatteso, il presente le
offre un amore che non chiede nulla se non di essere vissuto. “Dove mi porta la
vita” è una storia di identità, radici, fiducia nella vita. È una storia
intensa ma delicata che ci racconta che, a volte, per ritrovarsi davvero
bisogna lasciarsi portare lontano.
Un romanzo che
racconta in maniera delicata le differenze culturali tra realtà davvero diverse
e dimostra che, spesso, queste distanze non sono destinate ad allontanare, ma
ad avvicinare.
La storia di
Geneviève e Seo- Joon ruota proprio attorno a questo concetto: il trovare ciò
che in quel momento era l’àncora di salvezza per la propria vita. E non importa
se tutto questo arriva dall’altra parte del mondo, perché ciò che è destinato a
te trova sempre il modo per raggiungerti. Non importa nemmeno se da Londra per
lavoro vieni catapultata in una realtà che proprio non è la tua e di cui non
sai nulla: la Corea del Nord.
E non importa
nemmeno se sei una guida coreana per stranieri e ti ritrovi tra le mani una
ragazza europea fragile, che soffre di crisi di panico a causa dell’ansia che
si porta dietro da quando è ragazzina. E avere attacchi di panico in Corea del
Nord non è consigliabile, anzi è vietato esprimere sentimenti in pubblico,
negativi o positivi che siano.
Incuriosita da
questa affermazione, ho effettuato una ricerca su tutte le restrizioni delle
quali l’autrice parla nel libro e ho appreso che esistono tutte, anche quelle
che appaiono più strane. I coreani del Nord non possono piangere o ridere in
pubblico, non possono avere un passaporto, sono abituati ad avere blackout
serali per risparmiare luce, non possono utilizzare i social e anche gli
stranieri che atterrano nel paese non possono utilizzare il telefonino.
L’autrice ha
fatto veramente una ricerca certosina e si è documentata davvero molto bene:
non c’è nessuna imprecisione, nessuna sbavatura, tutto concorre a creare il
climax della storia.
E a questo punto
non è importante solo il lieto fine della storia, perché ovviamente ci si
arriva, ma è come si arriva a vedere questi due ragazzi capire cosa è
meglio per le loro vite, pur mettendo in conto sacrifici e rinunce che comunque
contribuiranno ad accrescere il loro amore. Non è solo Seo-Joon che aiuta
Geneviève, ma è anche lei che porta il livello di consapevolezza del ragazzo a
un livello più alto, dove non può esistere solo il dovere, ma deve esserci
anche il riconoscimento del proprio essere, anche se si è cresciuti e si è
stati educati a non esprimere sentimenti, anzi ad avere paura a farlo.
Un libro delicato
che ci porta a conoscere l’amore nelle sue varie sfaccettature.

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